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La rivoluzione del crowdfunding nelle produzioni mediali

25 min read

Si scrive crowdfunding, si legge innovazione virale.

Sempre più spesso, in sempre più settori si sente parlare di crowdfunding. Quella che una volta era considerata una pratica utilizzata soprattutto dagli imprenditori più intraprendenti per lanciare nuovi business è ormai diventata prassi comune.
In questi mesi abbiamo raccontato tante storie, che sono tuttavia solo una piccola parte di quelle che invece affollano la rete. Dalla costruzione di barche alla beneficienza, passando per un numero sempre più ampio di casistiche, sono davvero tanti coloro che hanno scelto il crowdfunding per finanziare un nuovo progetto, una nuova iniziativa oppure un nuovo business.

Per agevolare gli utenti, diverse piattaforme offrono servizi per ottimizzare i risultati della campagna, affiancandoli in ogni momento e rendendo il crowdfunding alla portata di tutti.

Leggi anche: Piattaforme per la raccolta fondi più attive in Italia (e come scegliere quella giusta)

Questo fenomeno è interessante da analizzare sotto vari punti di vista, tuttavia la vera rivoluzione sta nella produzione di contenuti. Henry Jenkins già nel 2007 parlava di cultura convergente (nell’omonimo saggio edito in Italia da Apogeo Education) definendola il luogo dove “vecchi e nuovi media collidono, dove si incrociano i media grassroots e quelli delle corporation, dove il potere dei produttori e quello dei consumatori interagiscono in modo imprevedibile”.

Se già nel 2007 era possibile intravedere come in futuro i nuovi mezzi di comunicazione avrebbero portato cambiamenti sociali, culturali, industriali e tecnologici, ormai possiamo dire che il fenomeno si è consolidato anche grazie  alla diffusione delle piattaforme di crowdfunding.

Se prima gli utenti potevano solo scegliere tra quanto offerto loro da editori, produttori cinematografici o televisivi ed altri attori della scena mediale, oggi le cose sono cambiate. Da soggetti passivi hanno acquisito un ruolo attivo nella scelta di quanto verrà prodotto o realizzato, attraverso il finanziamento collettivo che ha permesso, in molti casi, di trasformare progetti in realtà.

Sono tantissimi gli esempi di questo, dal mondo della musica a quello del cinema, della televisione, dell’editoria e del giornalismo di inchiesta.

Giornalismo collaborativo: il caso di Cittadini Reattivi

In un mondo in cui le possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione si sono moltiplicate a dismisura in pochi anni, è una triste verità vedere come quello che che spesso manca è proprio l’accesso alle informazioni, quelle ufficiali e verificate, relative all’ambiente, all’inquinamento ed alla salute.

La giornalista Rosy Battaglia ha cercato di cambiare questa situazione, sfruttando a proprio favore i meccanismi virtuosi della rete per fare inchieste e raccontare storie, quelle che gli editori lasciano in secondo piano e su cui spesso decidono di “non investire”. Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia ad aprile 2013, il progetto di civic journalism e crowdmapping su ambiente, salute e legalità Cittadini Reattivi“, indaga sui siti inquinati in Italia e mappa le buone pratiche dei cittadini.

“Questo lavoro di interesse pubblico è stato fatto da una freelance ed ha portato ad azioni importanti: pensiamo alla legge per il diritto di accesso alle informazioni a cui Cittadini Reattivi ha lavorato, oppure tutto il lavoro fatto sull’amianto che mi ha portato ad essere una delle giornaliste di fatto più competenti su questo tema in Italia e non solo” racconta Rosy Battaglia. “Uno dei lavori a cui tengo di più è sicuramente l’inchiesta, uscita lo scorso anno su Donna Moderna che mi ha permesso di mettere nero su bianco le storie di alcune mamme che si battono per la salute dei propri figli. Questo in particolare è un lavoro che doveva nascere prima, nel 2014 lo avevo già proposto a qualche editore che però lo aveva bocciato.”

L’ultimo step di questa bella storia è dello scorso giugno, quando il progetto #Storieresilienti di Cittadini Reattivi è stato selezionato da Banca Etica nel bando Impatto+ per i progetti culturali sulla sostenibilità ambientale e ha lanciato la sua prima campagna di crowdfunding, raccogliendo oltre 8 mila euro. I fondi ottenuti verranno utilizzati per promuovere un modello indipendente di informazione civica e giornalistica sostenuta dal basso in grado di produrre formati diversi: dal video documentario al progetto di data journalism alle mappe partecipate di monitoraggio civico.

“C’è un problema di sostenibilità e di investimenti pubblicitari, attualmente non ci sono modelli economici vincenti. Nel nostro piccolo come cittadini reattivi, come in passato ha fatto anche Valigia Blu, ci siamo fatti aiutare dai cittadini e dai lettori attraverso il crowdfunding” continua Rosy Battaglia. “Se vogliamo buona informazione anche i lettori e i cittadini devono contribuire a questo cambiamento.”

Storie della buonanotte per bambine ribelli: il caso editoriale che racconta le donne

Anche nell’editoria il modello del crowdfunding offre la possibilità di dare voce a storie che diversamente forse non verrebbero raccontate. Oppure, forse, che sarebbero raccontate con filtri imposti da chi investe in un progetto. Elena Favilli e Francesca Cavallo, per pubblicare il loro libro Storie della buonanotte per bambine ribelli, un best-seller che in breve tempo ha fatto il giro del mondo, hanno fatto affidamento sul crowdfunding.

“L’industria dei giocattoli è permeata da stereotipi di genere. Le cose sono cambiate pochissimo da quando eravamo bambine: il modello è sempre lo stesso, quando cresci farai la mamma, cercherai marito, ti occuperai della casa…” racconta Francesca Cavallo a Repubblica. “Come imprenditrici donne nel mondo quasi esclusivamente maschile delle start up della Silicon Valley abbiamo vissuto numerosi episodi sessisti. Ma se provi a denunciarli vieni trattata da patetica rompiscatole… Anche per questo vogliamo insegnare alle bambine a farcela. A dispetto di ogni ostacolo e ostruzionismo”.

La loro campagna, lanciata su Kickstarter, ha raccolto oltre un milione di dollari provenienti da 70 nazioni in appena 28 giorni, per un totale di un milione e 300 mila dollari dal lancio della campagna in aprile fino ad ottobre dello stesso anno. Pubblicato in Italia da Mondadori, il libro racchiude le vite reali di cento donne che non si sono arrese ai pregiudizi di genere, raccontate come una brevissima favola.

“Prima di partire ci abbiamo seriamente provato” continua Francesca. “Con i nostri progetti per bambini io e Francesca abbiamo vinto numerosi premi di quelli dedicati alle start up. Ma finanziatori non ce n’erano. Ci siamo rese conto che altrove era diverso e abbiamo fatto il gran salto. Appena arrivate in America, a San Francisco, abbiamo trovato il nostro primo finanziatore Dave McClure di 500startups. Siamo state la prima startup italiana ad essere ammessa nel loro incubatore e questo ci ha aiutato molto a raccogliere il nostro primo finanziamento di 600 mila dollari da investitori sia italiani che americani. Il nostro primo prodotto è stato Timbuktu Magazine, una rivista per bambini da leggere solo su iPad. Nel tempo la nostra offerta è cresciuta. Fino alle 100 storie della buona notte per bambine ribelli”.

Io sto con la sposa

Tra gli esempi più illustri non ne può mancare uno che proviene dal mondo del cinema. Io sto con la sposa è un film documentario diretto da Antonio Auguagliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry nel 2014 e girato completamente in arabo.

La storia raccontata nel film è quella realmente accaduta di due amici, un poeta palestinese e un giornalista italiano, che incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli ad arrivare clandestinamente in Svezia. Per non essere arrestati come contrabbandieri, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati.

Dopo tutto, chi mai chiederebbe i documenti a una sposa?

Questo viaggio di quattro giorni lungo tremila chilometri, carico di emozioni e di storie, racconta quello che è davvero successo sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 ed il 18 novembre 2013.  

Dopo aver concluso le riprese, i realizzatori del film hanno avviato una campagna di crowdfunding sul sito Indiegogo per raccogliere la somma necessaria per finanziare e finire la post-produzione del film entro il 16 luglio 2014, in tempo per candidarlo alla 71 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e vederlo poi distribuito nelle sale italiane nell’ottobre dello stesso anno. Alla chiusura della campagna crowdfunding il film aveva raccolto quasi 100 mila euro.

“É stata un’autentica scommessa”, racconta Antonio Auguagliaro a TG24 di Sky, riferendosi alla scelta di ricorrere al crowdfunding. “Ci siamo chiesti se avessimo potuto contare su dei complici ai nostri sogni e li abbiamo trovati. É stato un successo inaspettato, travolgente. Col tempo, il ‘filmino’ e’ diventato un film, prodotto dal basso, con i 98.151 mila euro raccolti da quasi 2600 persone. La lista dei Paesi dei donatori va dall’Arabia Saudita all’Australia, dall’Egitto a Israele, dall’Italia agli Stati Uniti.

Subbuteopia, il documentario sul leggendario calcio da tavolo

Realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding lanciata sulla piattaforma spagnola Verkami, Subbuteopia è un documentario che racconta la storia del famoso gioco di calcio da tavolo. Anche in questo caso, si tratta di un vero successo: Subbuteopia ha raccolto i quindicimila euro richiesti e ancora oggi è nella Top 10 delle campagne più redditizie su Verkami.

Abbiamo chiesto a Pierr Nosari, regista del documentario, di raccontarci di più di questo progetto.

1. Prima di scegliere di lanciare una campagna crowdfunding avete presentato il progetto a qualche casa di produzione? La scelta di restare “indipendenti era stata fatta a priori?

Il progetto Subbuteopia nasce alla fine di giugno 2010 da Enrico Fontanelli, membro della band OfflagaDiscoPax su cui avevo girato un precedente documentario, che mi propose di occuparmi della regia di un documentario sul subbuteo, di cui lui era appassionato.

Ci mettemmo subito al lavoro per stendere il progetto e, nell’autunno di quello stesso anno, trovammo il supporto di una piccola casa di produzione bolognese con cui iniziammo la realizzazione vera e propria del documentario, in co-produzione con la mia ditta di produzione video [email protected]àSintetica. Inizialmente, avremmo voluto seguire un percorso produttivo più classico, trovando finanziatori istituzionali, broadcaster o altre case di produzione più grosse, ma un episodio ci costrinse a cambiare strategia e a stringere giocoforza i tempi di produzione.

Io avevo preparato un minisito dedicato al progetto, sul quale avevo postato un trailer realizzato insieme ad Enrico, allo scopo di indirizzare lì i potenziali investitori o co-produttori ma uno dei principali forum italiani di appassionati del Subbuteo ne venne a conoscenza e rilanciò il trailer, creando nel mondo dei subbuteisti una grossa attesa e molto fermento. Quell’episodio ci costrinse a iniziare subito, in autonomia, la fase produttiva delle riprese ma, allo stesso tempo, ci fece capire che c’era un vasto pubblico che era interessato al documentario. Da lì, nacque l’idea di lanciare un crowdfunding, che all’epoca era una cosa abbastanza nuova, per coprire parte dei costi di produzione.

Di conseguenza, abbiamo continuato la produzione in modo “indipendente”, anche se non era la nostra scelta a priori.

2. Come avete scelto la piattaforma di crowdfunding? Vi siete trovati bene?

Inizialmente, avevamo pensato di realizzare un sito internet interattivo, grazie al coinvolgimento di un esperto d’informatica, da cui raccogliere direttamente i fondi derivanti dalla campagna di finanziamento dal basso.

Poi, però, abbiamo incontrato ad un mercato internazionale del documentario i responsabili di una piattaforma di crowdfunding spagnola, Verkami, dei ragazzi giovani e molto disponibili nei nostri confronti. Quindi, abbiamo abbandonato l’idea del crowdfunding in autonomia attraverso il sito di “Subbuteopia” e ci siamo appoggiati a loro.

Ci siamo trovati bene, perché loro ci hanno dato tanti consigli utilissimi sul come impostare tempi e modi della campagna di finanziamento (che andò molto bene) e, inoltre, posso dire personalmente di aver avuto a che fare con persone davvero professionali e gradevoli.

3. Quali ricompense avete offerto a chi ha sostenuto il vostro progetto?

Le ricompense andavano dall’inserimento del proprio nome nei titoli di coda (poi noi abbiamo anche realizzato una clip video per ringraziare ognuno dei sostenitori, che si può vedere sul sito subbuteopia.com), a delle t-shirt di “Subbuteopia”; dal dvd del documentario nell’edizione speciale per il crowdfunding alla pallina da Subbuteo con il falchetto di “Subbuteopia”; da un mini CD contenente il brano di Mapuche che accompagna i titoli di coda del film alla locandina 70×100 del documentario; dalla squadra di Subbuteo di “Subbuteopia” ad una dvd box in edizione limitata ed altro.

4. A distanza di tempo, quali feedback ricevete?

Il crowdfunding si è chiuso con successo il 1 febbraio 2012, l’anteprima per i relativi supporter si è svolta il 5 maggio 2012 a Genova, con un evento ospitato dalla Genova Liguria Film Commission, mentre la prima assoluta del film è stata a Bologna nell’ottobre 2012 e la prima europea si è svolta a Londra il 5 dicembre 2012: quindi, ormai è passato un bel po’ di tempo. 

Nonostante questo, “Subbuteopia” ha tuttora un seguito attivo sui social network, soprattutto intorno alla pagina Facebook del documentario e mi capita di frequente di ricevere messaggi sia da vecchi sostenitori della campagna di finanziamento (con alcuni dei quali si sono anche instaurati rapporti di amicizia) sia da appassionati di Subbuteo che vengono a conoscenza solo ora del documentario.

La cosa che mi fa più piacere è quando questi messaggi contengono complimenti per la colonna sonora del documentario, realizzata da Enrico Fontanelli (che ha ideato anche il logo del film) che purtroppo ora non c’è più e senza il quale questo documentario non sarebbe mai esistito.

La parola passa ai fan: Voldemort, Origins of the Heir

A prescindere da quale sia il mezzo con cui ne fruiamo, le storie sono parte di noi. Viviamo di storie, raccontiamo storie e facciamo nostre quelle che amiamo di più. In tempi non sospetti, Umberto Eco si interrogava su cosa, oltre al fatto di essere amato, facesse di Casablanca (1942) un prodotto “di culto”. La risposta che si è dato era che l’opera, di qualsiasi genere fosse dovesse racchiudere un universo molto ricco di personaggi ed episodi che i fan potessero divertirsi a citare. Questo vale in modo particolare per quei libri (ma anche film, fumetti e a volte persino canzoni) che hanno il potere di creare un mondo che noi sentiamo nostro.

Se tuttavia fino a qualche decina di anni fa tutto questo avveniva in cerchie sociali più ristrette, ai giorni nostri è cambiata la visibilità della fan culture, ed è oggi facile trovare siti dove gli utenti scrivono e condividono storie ispirate a saghe cinematografiche e letterarie, note anche come fan fiction.

Alcuni fan a volte si spingono ancora più in là, elaborando teorie, storie ed a volte persino film che riempiono i “buchi” della trama. Da qui, “Voldemort: Origins of the Heir” un lungometraggio di Tryangle Film, una produzione indipendente, che in poco più di 50 minuti racconta le origini del cattivo della saga di Harry Potter.

Il film, diretto da Gianmaria Pezzato con Stefano Prestia come produttore esecutivo e Michele Purin come direttore della fotografia, è diventato realtà grazie ad una straordinaria campagna crowdfunding che ha raccolto 15.000 euro. In pochi giorni – è stato messo online il 13 gennaio 2018 – ha attirato l’attenzione dell’autrice, della Warner Bros, della stampa e di quasi sette milioni di utenti che sono corsi a guardalo su YouTube.

“Volevamo dimostrare come con solo impegno e passione, anche senza le disponibilità che ci sono a Hollywood, è possibile realizzare film di qualità e competitivi” scrivono Gianmaria Pezzato e Stefano Prestia, registi e produttori del film.

La leva principale che ha mosso il team è stata la passione per la saga.

I ragazzi, fan prima ancora che professionisti, sono partiti dal sesto capitolo della saga, Harry Potter e il Principe Mezzosangue. “C’è un scena in particolare”, scrive il regista in una nota, “quella in cui Tom Riddle torna a Hogwarts per chiedere ad Albus Silente la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure. Ci siamo chiesti: quale percorso ha portato Tom Riddle a diventare Voldemort? Ci sono alcuni indizi nei libri, che fra l’altro non vengono riportati nella trasposizione cinematografica, ma molto non viene detto. Questa è la storia che vogliamo raccontare”.

Cosa intendiamo quando parliamo di crowdfunding?

Quelli che abbiamo elencato sono solo alcuni dei casi più eclatanti che dimostrano la potenza del crowdfunding.

Prima di andare avanti, tuttavia, facciamo però un po’ di chiarezza, partendo dalla definizione. Wikipedia, l’enciclopedia per eccellenza del XXI secolo, anch’essa nata grazie alla collaborazione degli utenti, cita: “il crowdfunding (dall’inglese crow, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenete gli sforzi di persone e organizzazione. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilità persone e risorse”.

Wikipedia continua poi entrando nel vivo, citando esempi illustri come la campagna crowdfunding di Barack Obama servita a finanziare parte della sua corsa per le elezioni, oppure la campagna Tous mécènes del Louvre, il progetto che prevedeva di raccogliere 1 milione di euro attraverso le donazioni delle web community per l’acquisizione da un collezionista privato del capolavoro rinascimentale Le Tre Grazie di Cranach.

L’ambito di casistiche e settori che riguarda il crowdfunding è davvero ampio. Spazia infatti dall’aiuto fornito in occasione di tragedie umanitarie fino al sostegno all’arte e ai beni culturali, al giornalismo partecipativo, all’imprenditoria innovativa e alla ricerca scientifica. L’elemento comune è la volontà di promuovere l’innovazione ed il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell’investimento finanziario.

In base alle caratteristiche del sito, si possono individuare diverse tipologie di crowdfunding:

1. Reward based, finanziamento collettivo per ricompensa

Si tratta del tipo di finanziamento collettivo più diffuso per numero di piattaforme ed è sicuramente il primo a cui si pensa quando si parla di crowdfunding.

Prevede che l’investitore riceva una ricompensa commisurata con il contributo, dando la possibilità di scegliere tra due o più scelte. A seconda del risultato ottenuto, e se l’obiettivo di finanziamento è stato raggiunto o meno, le piattaforme di questo tipo seguono due schemi: keep-it-all (tieni tutto) oppure all-or-nothing (tutto o niente).

2. Donation based, finanziamento collettivo per donazione

A differenza del modello precedente, il finanziamento collettivo per donazione prevede che i sostenitori del progetto non ricevano in cambio nessun beneficio tangibile dalla donazione. Si tratta di un modello scelto principalmente dalle organizzazione non a scopo di lucro o impegnate nel sociale, che puntano sull’attaccamento alla causa e sull’emotività che la campagna suscita.

3. Equity based, finanziamento sotto forma di capitale a rischio

Questo tipo di finanziamento, regolato da un apposito regolamento emanato da Consob nel giugno 2013, consente a società non quotate di raccogliere risorse finanziaria e fronte di quote azionarie. Secondo la definizione adottata da Consob: “si parla di equity-based crowdfunding quando tramite l’investimento on-line si acquista un vero e proprio titolo di partecipazione in una società: in tal caso, la “ricompensa” per il finanziamento è rappresentata dal complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’impresa. 

4. Finanziamento collettivo civico

Insieme alle piattaforme reward based, il finanziamento collettivo civico è quello che sta riscuotendo maggior successo. Moltissimi soggetti istituzionali (comuni, enti provinciali, municipalità, etc…) ricorrono a questo tipo di crowdfunding per finanziare opere pubbliche e attività di restauro del tessuto urbano.

Sono molti i progetti che le metropoli hanno realizzato grazie al finanziamento civico, tra cui la costruzione di un ponte pedonale a Rotterdam nel 2011, la conversione di un magazzino sotterraneo in un parco pubblico a New York e quella lanciata dal sindaco di Filadelfia nel 2013 per acquistare materiale scolastico. In Italia, un primo interessante esempio di finanziamento civico è quello lanciato dal Comune di Bologna per il restauro del Portico di San Luca, uno dei monumenti simbolo del capoluogo emiliano.

5. Lending based, finanziamento collettivo per prestito

Il modello per prestito è un modello di finanziamento collettivo attraverso il quale persone fisiche e giuridiche possono decidere di prestarsi fondi reciprocamente, a un tasso di interesse più o meno alto, al fine di realizzare un progetto. In questo caso è definito anche peer to peer lending (P2P). Esiste anche una forma di finanziamento collettivo per prestito, definita invoice trading, in cui il prestito è garantito da fatture emesse da chi richiede i fondi.

Questo settore risulta più maturo rispetto ad altri tipi di finanziamento collettivo e in forte crescita.

6. Modelli ibridi di finanziamento collettivo

I modelli ibridi prevedono una commistione tra più modelli, esistono ad esempio modelli ibridi di ricompensa e donazione che costituiscono il cosiddetto modello chiamato per ricompensa/donazione.

Niente di nuovo, tranne i social

Fino a qui, nulla di nuovo. Seppure il fenomeno del crowdfunding sia balzato solo recentemente agli onori della cronaca, la collaborazione di più individui per uno scopo comune non è certo prerogativa esclusiva del nostro tempo. Anche nel passato, fin dall’antichità, gli esseri umani si sono riuniti in comunità di vario genere ma con obiettivi comuni per sopravvivere.

Wikipedia fa risalire l’origine del crowdfunding moderno ad alcune pratiche storiche che risalgono al Settecento e Ottocento. Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento lo scrittore irlandese Jonathan Swift ispirò gli Irish Loan Fund, degli istituti collettivi di microcredito che combattevano la povertà del popolo irlandese. Alla fine dell’Ottocento la rivista The World, di proprietà di Joseph Pulitzer, lanciò una raccolta di fondi dal basso per finanziare il piedistallo e l’installazione della Statua della Libertà, dopo che il Comitato preposto era riuscito a raccogliere solo 150 000 dei 300 000 dollari necessari.

Quello che distingue il crowdfunding dalle più antiche forme di collaborazione è il ricorso alla rete e la costituzione di una cerchia sociale allargata, creata attraverso il ricorso ai social network ed alla rete per eccellenza.

Il web infatti è solitamente la piattaforma che permette l’incontro e la collaborazione tra chi ha un’idea e chi invece ha la possibilità di finanziarla. Secondo il Framework for European Crowdfunding, “l’ascesa del crowdfunding negli ultime dieci anni deriva dal proliferare e dall’affermarsi di applicazioni web e di servizi mobile, condizioni che consentono a imprenditori, imprese e creativi di ogni genere di poter dialogare con la crowd (folla) per ottenere idee, raccogliere soldi e sollecitare input sul prodotto o servizio che hanno intenzione di produrre”.

Gli utenti diventano protagonisti

Internet è riuscito dove le comunità avevano fallito, scardinando meccanismi secolari permettendo alle persone di esprimere la propria opinione e far sentire la propria voce. Le tecnologie, le reti e Internet permettono a milioni di persone di dialogare, di creare, di segnalare un disagio sociale, di comunicare in modo diverso con la pubblica amministrazione, di insegnare e di apprendere. Attraverso questo potente strumento, gli utenti sono liberi di chiedere, oppure di realizzare, quello che davvero vogliono.

Questa nuova consapevolezza degli utenti ha portato grandi cambiamenti, sia nella fruizione (e nella creazione) di contenuti per il tempo libero che nel dialogo con le pubbliche amministrazioni. Le persone non si accontentano dei contenuti che vengono offerti loro ma scelgono di finanziare quelli che reputano più giusti per loro. Questo fenomeno, che riguarda sia formati di intrattenimento come film, libri, videogiochi e contenuti ludici ma anche informazione come inchieste e documentari, sta cambiando i meccanismi che regolano la creazione di contenuti.

La crisi economica ha reso evidente la necessità di trovare modelli economici nuovi, ed ha preparato il terreno per il crowdfunding.

“Il vero capitale sono le nostre idee. Il crowdfunding, la partecipazione, la creazione e il finanziamento dal basso favorisce la connotazione umana, democratica, partecipativa e cooperativa” dice Walter Vassallo nel suo Crowdfunding nell’Era della Conoscenza. “Il crowdfunding può convogliare l’intelligenza collettiva del mondo, che dialoga con il futuro, che sogna e che è mossa da passione e desiderio di espressione. Che tu sia il Presidente degli Stati Uniti oppure un giovane creativo le regole del gioco sono le stesse.”

Quali sono i vantaggi del crowdsourcing?

I recenti sviluppi tecnologici, e la conseguente diminuzione dei costi di computer e di altri apparecchi digitali, ha portato a una riduzione del divario tra professionisti e amatori del settore. In Crowdfunding nell’Era della Conoscenza Walter Vassallo elenca quali sono i vantaggi del crowdsourcing e del crowdfunding rispetto ai metodi tradizionali.

  • I problemi vengono studiati ad un costo relativamente basso e di solito in breve tempo grazie alla collaborazione di più individui intorno ad un progetto comune;
  • il pagamento si basa sul risultato o non è previsto, dunque gli utenti sono spesso stimolati da una pura ricerca di personale soddisfazione intellettuale e bis da un premio in denaro;
  • l’organizzazione committente può avvalersi di un numero di esperti maggiore di quelli già presenti all’interno dell’organizzazione stessa;
  • ascoltando la massa di utenti, le aziende e le organizzazioni hanno la possibilità di conoscere direttamente i desideri dei consumatori;
  • grazie al suo contributo, la comunità sviluppa un senso di appartenenza all’organizzazione che porta a una conseguente fidelizzazione degli utenti a un determinato marchio

Secondo Jeff Howe, che in un articolo del giugno 2006 per la rivista Wired ha utilizzato per prima il termine crowdsourcing, le sue potenzialità si basano sulla possibilità di raggiungere più persone permette di individuare quelle più adatte a svolgere determinate attività e contribuire con idee nuove e sempre più utili.

Il modello della coda lunga

L’ampia partecipazione su cui si basa questo modello di finanziamento costituisce un elemento distintivo che cerca di sfruttare quella che in gergo economico è chiamata “long tail”.

Una popolazione a elevata ampiezza è seguita da una popolazione a bassa ampiezza, che diminuisce in modo graduale, da qui il nome coda lunga. Grazie al potere della rete e dei media digitali circola maggior denaro nella coda rispetto alla testa, garantendo più possibilità di successo ai prodotti di nicchia.

In conclusione

Questa carrellata di esempi prova come, di fatto, il crowdfunding è riuscito a innovare dei processi senza però inventare nulla. Da sempre le persone raccontano storie, fanno progetti e li trasformano in realtà grazie all’aiuto delle persone. Il crowdfunding facilita questo progetto, finanziando, ed in questo modo stimolando, la produzione dal basso.

Per tirare le somme di quanto detto fino ad ora, sono otto gli elementi che definiscono le caratteristiche fondamentali dello scenario attuale

1. Innovazione

Nulla di quanto successo sarebbe stato possibile senza l’affermazione delle nuove tecnologie di comunicazione. La rapidità con la quale queste evolvono, condiziona i processi di creazione di contenuti, stimola la creatività, apre territori inesplorati, aumenta le opportunità espressive e diversifica la produzione estetica.

Insomma, senza innovazione nulla di quello di cui stiamo parlando sarebbe stato realizzabile.

Ci troviamo in un periodo di cambiamento tecnologico prolungato e profondo, che incide inevitabilmente anche sull’economia. Nuovi media e nuovi modelli si creano, si disperdono, vengono adottati, adattati e assorbiti nella cultura ad un ritmo vertiginoso. L’antropologo Grant McCracken ha definito il nostro come un momento di abbondanza culturale che ha portato un’abbassamento alle barriere all’ingresso nel mercato culturale e di una generale riduzione dell’influenza delle istituzioni e dei cosiddetti big player del mercato. Questo significa che sempre più spesso diventerà comune passare direttamente dal progetto alla sua realizzazione grazie alle piattaforme di crowdfunding, riducendo i tempi necessari alla produzione ed il ruolo dei big players.

2. Convergenza

Punto centrale dello sviluppo del crowdfunding è la collisione tra diversi media, vecchi e nuovi, sia come bisogno culturale che come scelta tecnologica. Questa nuova visione di comunicazione “a più voci” , più ampia, permette una maggiore apertura degli orizzonti. Offre nuove opportunità a chiunque voglia coglierle.

Si tratta di un sistema a doppia via: la convergenza viene determinata dall’alto tramite le decisioni prese dai grandi conglomerati mediatici (produttori cinematografici o televisivi, editori e in generale tutti i soggetti che fino ad ora sono stati gli unici deputati a finanziare un progetto) ma anche dal basso, grazie agli impulsi partecipativi dei consumatori.

Inoltre, quegli stessi utenti sfruttano le tecnologie dei nuovi media per rispondere ai contenuti esistenti dei media, farne dei remix ed indirizzarli ad altre finalità. Sempre più spesso, vedremo un’idea nascere, svilupparsi, raccogliere i fondi necessari alla sua realizzazione e diventare realtà, attraverso una moltitudine di piattaforme, canali e linguaggi differenti.

3. Quotidianità

I media, le nuove tecnologie ed il crowdfunding fanno parte della vita quotidiana. Riempiono le nostre giornate, sono ovunque intorno a noi. Hanno trasformato il nostro salotto, ma anche il palmo della nostra mano se ci pensiamo bene, nel centro domestico dell’intrattenimento e delle comunicazioni con il mondo.

I media sono ormai completamente integrati nelle nostre interazioni sociali quotidiane.

4. Interattività

Grazie ai nuovi media, possiamo interagire più in profondità con suoni, immagini e informazioni. Possiamo diventare protagonisti, facendo scelte che influenzeranno la realizzazione di un progetto.

Le nuove tecnologie hanno allargato la cerchia di quanti possono esprimersi attraverso i media, dando a chiunque il potere di diffondere la sua idea e di vederla realizzata attraverso il finanziamento collettivo. Vogliamo far parte delle esperienze mediatiche che ci interessano. Vogliamo creare e condividere con altri i nostri progetti.

Non basta più avere un’idea, le modalità con la quale la si presenta al mondo possono determinarne il successo oppure il fallimento.

5. Partecipazione

Fino vent’anni fa la grande maggioranza del pubblico era soltanto un’audience e l’unico messaggio che poteva emettere era una scelta binaria: ascolto/non ascolto, consumo/non consumo. Oggi, attraverso una moltitudine di canali, possiamo essere protagonisti e possiamo fare conoscere le nostre idee ad una platea più ampia.

Sfiorando appena uno schermo possiamo decidere cosa comprare, quale cause sostenere e quali progetti finanziare, influendo di fatto sulla produzione (o sulla non produzione) di contenuti mediali.

6. Globalità

La portata di questo cambiamento è globale. Le nuove tecnologie ci permettono di interagire in qualsiasi momento con persone e situazioni a prescindere dalla collocazione geografica, oltre i confini nazionali. La scala globale di questo panorama modifica il modo in cui pensiamo noi stessi ed il nostro posto nel mondo.

7. Generazionalità

Nonostante questa sfumatura stia andando sempre più a scemare, tra “nativi” e “immigrati” dell’era digitale e partecipativa ci sono attitudini, approcci e idee diverse.

Con l’accelerazione del ritmo del cambiamento  culturale e tecnologico, i giovani hanno adottato stili culturali e valori radicalmente differenti e spesso del tutto contrari a quelli della generazione precedente. Questo genera una disparità: gli adulti sanno, di quello che fanno i giovani online, meno di quello che pensano di sapere, e i giovani sanno, dei valori e delle ipotesi di fondo che danno forma alla relazione degli adulti con i media, meno di quello che pensano di sapere.

8. Inegualità

Seppure sulla carta le nuove possibilità del digitale e del crowdfunding sono aperte potenzialmente a tutti, la realtà è diversa. Bisogna infatti fare i conti con il “digital divide”. Non a tutte le persone sono date le stesse opportunità.

Partecipare può essere una questione di scelta per chi ha le risorse necessarie, ma chi rimane indietro non ha questa opzione. Allargare l’accesso al cyberspazio può dare a nuovi segmenti di pubblico il potere di diventare partecipanti a pieno titolo della vita culturale e civica. Dobbiamo però preoccuparci che queste tecnologie non rendano invisibile chiunque invece non è in grado di partecipare.

Fonti

Sitografia

 

Cittadini Reattivi

Crowdcrux.com

Eurocrowd.org

Forbes.com

Foundr.com

Henryjenkis.org

Iostoconlasposa.com

Ninjamarketing.it

Rebelgirls.co

Repubblica.it

Subbuteopia.com

Tryanglefilm.com

Wikipedia

#storie resilienti

Bibliografia

Jenkins Henry (2007), Cultura Convergente, Apogeo Education

Vassallo Walter (2016), Crowdfunding nell’Era della Conoscenza, Franco Angeli

 

Written by Martina

Laureata in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso lo IULM. Oltre a studiare, lavora in un ufficio stampa e scrive per NinjaMarketing. Su Sharing as Caring gestisce la sezione dedicata al crowdfunding.

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