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Space sharing, un’analisi approfondita

27 min read

Premessa

In questi mesi mi sono occupata dello space sharing affrontando questo argomento da svariati punti di vista.
È stato interessante e stimolante scoprire le varie sfaccettature di questo ambito. La variabile “spazio”, infatti, è una componente fondamentale di quell’ormai collaudato ed efficiente modello economico rappresentato dalla sharing economy.
Come sappiamo bene, grazie ai potenti mezzi delle nuove tecnologie, oggi il mondo è diventato un enorme villaggio globale. Internet e il web 2.0, infatti, hanno avuto un impatto notevole su tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, permettendo agli utenti di comunicare in tempo reale e di iniziare a condividere in modo virtuale qualsiasi tipo di informazione, emozione, idea.
In questo senso, anche pratiche che sembravano perdersi nel tempo hanno trovato nuova linfa vitale, e nel corso dei decenni sono state riproposte nell’ambito della sharing economy. Da un lato sono sbocciate startup che hanno fatto diventare realtà progetti di condivisione innovativa e gratuita, dall’altro sono sorti dei veri e propri colossi mondiali che hanno approfittato del momento favorevole per inserirsi in quel mercato. Se in principio, dunque, era nato per la condivisione non profit, in seguito è cambiato ed è stato fatto diventare un ambiente per investimenti molto redditizi.
L’idea di condivisione che sta alla base dello sviluppo della sharing economy è fortemente motivata anche dalla crisi economica, che ha portato le persone a rivalutare l’importanza del condividere spazi e, così facendo, del mettere in comune anche esperienze e competenze. Ecco quindi spiegati fenomeni come l’enorme crescita del coworking, la passione per le vacanze in home exchange, la volontarietà di andare a vivere in cohousing.

Un fenomeno dalle origini antiche

La condivisione degli spazi urbani, lavorativi e personali è una pratica che ha radici che si perdono nel tempo. I modelli di sharing economy che oggi vengono applicati agli spazi, infatti, derivano da sistemi di condivisione che venivano attuati già nell’antichità. Di seguito ne riportiamo alcuni interessanti.

L’Agorà greca

Agorà di Tiro

Un primo esempio di “space sharing” è riscontrabile nelle città-stato della Grecia antica, le polis.
In questi centri urbani, infatti, fiorirono le Agorà (termine che deriva dal greco antico e significa “accogliere”, “radunare”). Le Agorà erano delle enormi piazze che rappresentavano il centro della polis sotto diversi punti di vista:
– quello economico-commerciale (erano sede del mercato)
– quello religioso (vi erano situati i luoghi di culto)
– quello politico (erano sede delle assemblee dei cittadini)
L’aspetto più interessante è proprio che i cittadini si ritrovavano nell’Agorà considerandola uno spazio comune condiviso e si riunivano in assemblee, discutevano dei problemi della comunità e decidevano collegialmente le leggi da instaurare nella loro società.
Dunque queste antiche piazze erano luoghi dove si creavano relazioni interpersonali e si prendevano decisioni in comunità.

Le botteghe fiorentine

Piero Formica, ricercatore presso la National University of Ireland (Maynooth), ha scritto un saggio in cui ha paragonato il coworking alle Botteghe fiorentine del XV secolo. Si trattava di ambienti di lavoro in cui artisti celebri tramandavano il loro sapere ai propri allievi e in cui nascevano nuovi talenti e nuove tecniche.
I seguaci del Maestro (il proprietario della bottega) erano in grado di creare nuove forme di arte e a volte competevano gli uni con gli altri; sicuramente, si trovavano di fatto a lavorare insieme.
Secondo Formica, oggi come allora, gli aspetti fondamentali del lavoro in condivisione sono tre.
1. Trasformare le idee in azioni concrete
Così come le botteghe rinascimentali aiutavano gli artisti a trasformare le loro idee in realtà, oggi gli spazi di lavoro condiviso necessitano di essere equipaggiati con strutture adeguate per consentire ai lavoratori di trasformare le loro aspirazioni e i loro progetti in nuovi prodotti e imprese di successo.
2. Promuovere il dialogo
Nelle botteghe gli artisti comunicavano continuamente fra loro. Anche se nascevano rivalità fra diversi “talenti”, il dialogo permetteva di gestire costruttivamente i conflitti. Oggi, nei luoghi di lavoro tradizionale, non sempre viene dato spazio al dialogo, spesso perché non c’è il tempo materiale per esplorare questo tipo di relazione umana. In un ambiente di coworking, invece, viene data molta importanza alla condivisione delle esperienze e al dialogo costruttivo: sono due aspetti considerati parte integrante di questa modalità lavorativa.
3. Facilitare la convergenza fra arte e scienza
Anche se oggi le botteghe rinascimentali sono ricordate come prettamente artistiche, in realtà presentavano una forte trasversalità fra le discipline. Se pensiamo all’Uomo vitruviano di Leonardo (che in gioventù fu allievo nella bottega di Andrea del Verrocchio), lo riconosciamo immediatamente come un esempio straordinario di convergenza di arte e scienza. E così anche molte opportunità lavorative odierne prevedono l’incontro di tecnologie avanzate e bellezza estetica, basti pensare, ad esempio, ai fondamentali studi di ergonomia finalizzati alla creazione di siti web. Negli spazi di coworking è più facile che l’unione di menti porti a questo tipo di fusione “olistica” delle singole attività lavorative.

Sharing economy e sostenibilità

La sharing economy può alleviare alcuni dei problemi più complessi del mondo?
Alcuni esperti dicono di sì, se saremo abbastanza intelligenti da sfruttarne le enormi potenzialità. Quando nel nostro piccolo approfittiamo dei servizi e dei prodotti offerti dal mercato della condivisione, non dobbiamo perdere di vista il quadro completo e a lungo termine.
Il nostro pianeta sta affrontando un periodo di enorme sofferenza, e parole quali riscaldamento globale, disparità di reddito, opportunità di istruzione ineguali e sovrappopolazione sono all’ordine del giorno.
Ed è proprio quest’ultimo uno dei problemi che affliggerà maggiormente l’umanità nei secoli a venire.

Gli abitanti del nostro pianeta sono passati da 7 miliardi alla fine del 2011 a 7,5 miliardi di ottobre 2017. Secondo le più recenti stime (aggiornate a luglio 2015), l’Onu prevede che nell’anno 2030 sul nostro pianeta ci saranno circa 8,5 miliardi di abitanti.
L’enorme sviluppo del modello della sharing economy può essere attribuito, oltre che al cambiamento del paradigma della “proprietà”, anche al fenomeno del sovrappopolamento: si risponde alla problematica facendo sì che lo stesso quantitativo di risorse siano condivise da un numero di persone sempre più alto.
Non è un caso che la sharing economy stia avendo un boom nell’Asia Orientale, specialmente nelle metropoli sovrappopolate. Un caso emblematico è quello di Seoul (Capitale della Corea del Sud), che ha una densità di popolazione elevatissima rispetto a molte città europee. La società coreana si sta unendo sempre più, creando nuove opportunità e favorendo la condivisione di risorse inutilizzate. In pratica, applicando la sharing economy.

Una delle aree più critiche sulle quali la sharing economy può avere un’influenza immediata è proprio quella della sostenibilità.
La sharing economy, infatti, può fungere da apripista perché ha una capacità inarrivabile di creare nuove tecnologie efficienti per mettere in contatto le persone che “hanno” con quelle che “vogliono”. Queste sono le opinioni di April Rinne, grande esperta in materia e sharing economy Advisor.

Tim O’Reilly, CEO dell’O’Reilly Media, suggerisce che le nuove tecnologie andrebbero ripensate non solo nel breve periodo, ma anche a lungo termine. Dovremmo pensare alla società che vogliamo e fare in modo che la tecnologia possa fare l’impossibile. Possiamo “ripensare il mondo”.

E come O’Reilly, molti esperti dicono che la sharing economy potrebbe migliorare il nostro pianeta ed alleviare la sofferenza in tantissimi modi.

Ecco quali conseguenze potrebbe avere la sharing economy nell’ambito della sostenibilità secondo Jim Daly, giornalista di Reinvent.net.

1. La riduzione del traffico: servizi di car pooling possono fornire un metodo alternativo, ecologico e intelligente al possedere una macchina. Per gli abitanti delle grandi città, la facilità e l’usabilità di applicazioni per il ride-hailing e il ride-sharing potrebbero togliere davvero tantissimi veicoli dalle strade.

2. La riduzione dei costi: fino a pochi anni fa l’immagine della persona di successo era data dall’aggregazione di tutto ciò che possedeva (macchina, casa, oggetti). Oggi viviamo in un mondo stracolmo di prodotti e gadgets di ogni genere. E spesso si tratta di oggetti che non usiamo e di cui non abbiamo davvero bisogno. Quindi perché non metterli in condivisione e ridurre l’eccessivo consumismo? Il “poco” è il novo “tanto”. E questo è particolarmente vero per la generazione dei Millennials (i nati fra il 1981 e il 1998), che spesso preferiscono l’esperienza al possesso di oggetti.

3. La diminuzione di emissioni di carbonio: secondo recenti studi, i viaggi che si basano sull’home sharing emettono il 66% in meno di CO2 rispetto ai consumi di chi albera negli hotel (i quali usano la maggior parte dell’acqua per la pulizia, la lavanderia, la cucina e altre attività correlate).

La sostenibilità dello space sharing

Tutte le forme di space sharing (coworking, home exchange, cohousing, garden sharing…) non sono altro che una messa in atto di meccanismi della sharing economy.
Non è un caso che, negli ultimi anni, tantissimi premi siano stati dati alle più svariate tipologie di startup coinvolte nella sharing economy. Spesso sono state elogiate delle iniziative che avevano come intento principale l’aumento della sostenibilità dal punto di vista ecologico.
Se ragioniamo per pura logica sostenibile, il futuro del nostro pianeta è completamente nelle nostre mani. Qualsiasi forma di riduzione degli sprechi e di aumento della produttività condivisa fa sì che possiamo fare un passo in avanti verso un futuro più ecosostenibile.

Forme di condivisione di spazi lavorativi consentono ad esempio di diminuire gli sprechi di energia elettrica e idrica. Quando più lavoratori si trovano in un unico luogo, sono meno invasivi nei confronti dell’ambiente.
Conviventi che scelgono il cohousing passano buona parte della loro vita in aree condivise, producendo così meno rifiuti.
Sono tanti piccoli provvedimenti che singolarmente avrebbero conseguenze minime ma che, presi tutti insieme, limitano in modo considerevole l’impatto ambientale.

In un altro articolo abbiamo parlato della diffusione del nuovo fenomeno del “garden sharing”, consistente nella condivisione di spazi coltivabili. Abbiamo già spiegato che l’aspetto più interessante di questa tendenza è il fatto che i progetti siano spesso incorporati in schemi molto ampi indirizzati proprio alla sostenibilità.
Più nello specifico, l’ecosostenibilità e la volontà di incentivare la produzione di cibo a livello locale costituiscono le fondamenta di questa particolare branca della sharing economy, i cui utenti hanno l’intento di garantire un futuro più “green” al nostro pianeta.

L’aspetto economico

In ogni caso, la sostenibilità non passa solo dall’aspetto ecologico, ma anche da quanto riusciamo a limitare le uscite dal nostro portafogli.
Ecco quindi che tutte le forme di sharing economy che si applicano agli ambienti consentono agli utenti di avere dei risparmi nelle loro spese quotidiane.

Per i freelance, pagare una quota fissa per accedere quotidianamente a uno spazio di coworking è meno costoso rispetto ad affittare un ufficio. Addirittura vi sono applicazioni che consentono un ulteriore risparmio, come Croissant, l’app per facilitare la localizzazione di spazi adibiti al coworking di cui abbiamo parlato in questo articolo.
Seth Porges, opinionista di Forbes, spiega che gli abbonamenti previsti per Croissant vanno dai 35 ai 225 dollari (a seconda dei servizi previsti dal piano). Un prezzo ancor più basso rispetto alla quota mensile richiesta direttamente dalla location WeWork vicino a casa sua (475 $).

Spesso andare a vivere in cohousing permette di risparmiare su bollette, vitto e alloggio.
Il paper “The Role of Cohousing in Building Sustainable Communities: Case Studies from the UK” (Wang, Hadjri, 2017) si concentra proprio su questo aspetto.
Il modello del cohousing invoglia i residenti a dare contributi per migliorare il loro ambiente. I vicini diventano più amichevoli gli uni con gli altri e la creazione di forti legami di amicizia incoraggia la condivisione delle risorse. Niente è tanto “privato” da non poter essere condiviso per risparmiare: macchine, lavatrici, cibo, attrezzi da giardinaggio, servizi di vario genere. Il cohousing favorisce anche la creazione di spazi verdi dove si può coltivare e fare giardinaggio. Anche la raccolta dei rifiuti risulta più ordinata e selezionata.
I residenti sono ispirati a vivere in modo creativo e sostenibile, non solo per crearsi un ambiente bello in cui abitare, ma anche per trarre il meglio dal loro soggiorno riducendo le conseguenze della loro presenza. Il cohousing ha quindi un grande potenziale per contribuire a uno sviluppo sostenibile dell’area in cui è inserito, rendendola più vivibile e mantenendo le dimore più accessibili economicamente.

Il recupero di spazi abbandonati

Un altro indicatore dell’impatto ambientale dello space sharing è dato dalla volontà di risollevare aree dismesse o inutilizzate con la creazione di spazi di condivisione.
Spesso nelle grandi città (ma non solo), zone che un tempo avevano significato molto per il settore industriale e per l’economia del territorio, vengono abbandonate e dismesse per le cause svariate. Subentrano così scenari di desolazione e degrado, che spesso preludono a un ulteriore deterioramento ambientale e sociale.
Fortunatamente tanti proprietari, invece di cedere tali aree al miglior offerente che intenda trasformarle in nuovi centri commerciali, si affidano a progetti più creativi e stimolanti. Alcuni di questi prevedono ristrutturazioni e riabilitazioni di aree ormai in disuso per dare vita a nuovi spazi di condivisione.
Di queste attività di trasformazione abbiamo moltissimi esempi a livello globale.

Nella regione del Midwest degli Stati Uniti, ad esempio, edifici storici che erano stati centri economici nei secoli scorsi sono stati reinventati e trasformati in spazi di coworking, tornando veicoli importanti per innovazione e crescita.
Sono nati così spazi come CoCo nelle “città gemelle” di Minneapolis e St. Paul (Minnesota) e Platform 53 a Covington (Kentucky), che sono oggi i più prominenti centri di coworking emersi nel Midwest.
Entrambi gli spazi sono stati creati sulla base di progetti che hanno rinnovato edifici commerciali storici, mostrando così un trend tipico del coworking: l’uso dinamico di “vecchi” spazi per aumentare l’economia locale e dare nuova linfa vitale alle città industriali.

Coworking at Coco

A New Orleans, un’antica ghiacciaia situata in un enorme magazzino è stata rinnovata recentemente e trasformata nel centro operativo della compagnia Trumpet’s. Icehouse oggi è anche sede di molte startup ecologiche e di multipli spazi di coworking.

Ad Amsterdam è nato Impact Hub, che è situato in un elegante ex edificio scolastico e che fonde perfettamente antico e nuovo. Le caratteristiche originali dell’immobile, infatti, sono ora combinate con un design olandese contemporaneo, creando un look molto alla moda. Fra i vari servizi, l’Hub offre uffici flessibili e bar per freelancers e piccole aziende.
Di sera, poi, si trasforma in uno spazio innovativo che ospita eventi di vario genere.

E in Italia?

Anche il nostro paese, da sempre attento ai progetti di recupero di spazi abbandonati, contribuisce notevolmente a questo fenomeno.
Molti sono i casi di trasformazione dei vuoti post-industriali con la creazione di spazi di coworking.

“Postfordismo e trasformazione urbana. Casi di recupero dei vuoti industriali e indicazioni per le politiche nel territorio torinese” (a cura di Armano, Dondona, Ferlaino) è una pubblicazione a cura dell’IRES Piemonte che ha indicato gli spazi di coworking come una delle strade percorribili per il recupero di aree dismesse.
Agli inizi del ‘900, numerose imprese locali avevano stabilito le loro attività produttive nell’area OSI OVEST-NORD di Torino. Erano soprattutto industrie legate alla metallurgia, molte facenti parte dell’indotto FIAT. Negli anni ’60 del secolo scorso, il sorgere di alcune costruzioni legate all’ambito degli stampaggi industriali aveva segnato idealmente il culmine dello sviluppo edilizio della zona, ma anche il punto di avvio del processo di deindustrializzazione – e il conseguente progressivo degrado che, dal quel momento in poi, sarebbe proseguito fino a giungere alla totale desertificazione produttiva dell’area alla fine del 2007.
Dopo un decennio di controverse vicissitudini e progetti di varia natura per il recupero dell’area, nel 2010 gli edifici riaprivano i battenti per la quarta volta in novanta anni e diventavano ufficialmente Toolbox Coworking, un hub di innovazione che ospita circa 150 attività tra freelance, professionisti, startup e imprese, con l’aggiunta di alcune comunità professionali che si occupano di progetti di innovazione tecnologica e sociale.
La struttura fornisce spazi di lavoro flessibili, strumenti e servizi professionali in ampi open space o nelle team room dedicate. In più, oltre 200 eventi e workshop pubblici e privati sono offerti ogni anno a chiunque voglia presenziare.
Si tratta di una vera e propria “piattaforma abilitante” per chiunque voglia svolgere proficuamente un’attività innovativa autonoma.

A Bari è nata una sede del già citato Impact Hub nel quartiere fieristico, dove in 1600 metri quadri sono presenti uffici, sale riunioni e una sala eventi insonorizzata ricavati da vecchi container dismessi.

Più vicino a noi, a Milano, i membri di CasciNet stanno mettendo in campo da qualche anno delle azioni per consentire il recupero della storica Cascina di Sant’Ambrogio, di proprietà comunale. Oltre a tutta una serie di interventi per la promozione dell’inclusione sociale, l’associazione vorrebbe realizzare anche aree di coworking per lavoratori creativi.

Impact Hub, Bari

Dal punto di vista abitativo, vi sono anche tanti progetti di recupero di edifici storici abbandonati o decadenti per far affiorare nuove realtà di cohousing.

A Firenze un’iniziativa completamente autogestita da quelli che saranno i futuri inquilini, prevede il recupero di una colonica abbandonata, rudere fatiscente da molti anni, per auto-costruirsi una casa condivisa. Lo spazio ospiterà appartamenti e ambienti collettivi (fra cui anche un asilo domiciliare). Immancabile la “piazza condominiale” con cucina comune e camino, dove trovarsi per fare due chiacchiere in compagnia. È un caso interessante, che esalta il concetto di autocostruzione come valorizzazione del patrimonio pubblico in disuso.

A Milano, Cohousing.it sta attuando il recupero di una cascina del ‘600 per dare spazio a una piscina, orti, frutteti, spazi relax e oltre 400 mq di spazi comuni coperti. Si trova di fronte alla famosa Abbazia di Chiaravalle, a soli 10 minuti di metropolitana dal centro, consentendo ai futuri inquilini di vivere con tutte le comodità della città, ma godendo dei benefici e della pace della campagna. La ristrutturazione sta avvenendo sfruttando sistemi innovativi di edilizia ed impiantistica (classe energetica A con impianti di riscaldamento e raffrescamento a costo zero), nonché la domotica per soddisfare le esigenze tecnologiche dei futuri cohouser (nel rispetto dell’ambiente e col massimo risparmio energetico possibile).

COventidue è un altro progetto in corso di Cohousing.it, questa volta da attuare in centro città. COventidue è l’esempio di come si possano coniugare la qualità dell’abitare con servizi innovativi, nel rispetto dell’ambiente e a prezzi accessibili. L’intervento consiste nella ristrutturazione di un palazzo storico in stile liberty, riprogettato per favorire la più alta qualità della vita tra vicini. Anche questo sarà un edificio gas-free che ambisce a raggiungere la classe energetica A, adottando tecniche innovative di coibentazione.

Leggi anche: Il cohousing come alternativa reale alle comunità virtuali

Tutti quelli citati sono solo tanti “piccoli” esempi, ma presi nel complesso dimostrano ampiamente che la promozione della condivisione degli spazi a partire dalla riqualificazione di aree dismesse sarà ai primi posti nel mercato immobiliare del futuro.

I risvolti sociali della sharing economy

Un altro aspetto significativo su cui impatta formente la sharing economy è quello sociale.
Questo modello economico ha così tante potenzialità che sarebbe difficile elencarle tutte, quindi ci concentreremo solo su alcuni risvolti che vanno a favorire lo sviluppo sociale.

1. La sharing economy aumenta i posti di lavoro.

Secondo un sondaggio di Burson Marsteller (società di consulenza di comunicazione globale con oltre 100 uffici nelle principali città del mondo), nel 2015 erano 45 milioni gli americani che lavoravano nella On-Demand Economy e 86.5 milioni gli utenti dei servizi.
L’On-Demand Economy è quella branca della sharing economy che offre ride sharing, accomodation sharing, task services, noleggio auto a breve termine, consegna di cibo e/o prodotti. Molti dei lavoratori interessati guadagnavano dall’attività di sharing economy non come lavoro a tempo pieno, ma come un guadagno aggiuntivo derivato da un’attività part time. Il dato interessante è che più della metà degli intervistati fra coloro che offrono i servizi hanno confermato che la loro situazione finanziaria è migliorata nel corso dell’anno.
Dal punto di vista demoscopico, gli “offerenti” erano:
– per il 55% membri di minoranze etniche;
– per il 51% più giovani di 35 anni.
Sono dati che fanno riflettere, soprattutto se si pensa all’elevato tasso di disoccupazione odierno, problema che affligge la nostra generazione (soprattutto i più giovani).
La creatività in ambito lavorativo permettere quindi di dare vita ad attività fiorenti anche in un modello economico come quello della sharing economy.

2. La sharing economy promuove la fiducia

Le collaborazioni peer-to-peer, colonna portante della sharing economy, si costruiscono sulla fiducia fra un compratore e un acquirente. Nel nostro mondo molti capi di stato e i governi spesso fanno leva sulla diffidenza nei confronti del diverso, instillano paure nei cittadini che iniziano a temere sempre più gli stranieri.
L’economia collaborativa diventa un modo per dimostrare che lavorando insieme si possono creare grandi realtà ed opportunità.

3. La sharing economy migliora le comunità

Abbiamo già parlato in altri articoli di quanto la sharing economy porti beneficio anche a livello locale. Pensiamo alla riqualificazione delle aree dismesse dei territori, o anche ai progetti di garden sharing che vi illustravamo in questo articolo.
Sempre più spesso l’idea alla base di certi progetti è proprio quella di andare a rafforzare l’economia locale di un dato territorio.

Lo space sharing e l’aggregazione

Risvolti positivi per le comunità derivano, nello specifico, anche dalle varie applicazioni dello space sharing.

Le potenzialità dell’Home Exchange

L’home exchange, che abbiamo introdotto in un altro articolo, ha l’apprezzatissima capacità di unire una modalità di viaggio economicamente sostenibile alla possibilità di arricchirsi di esperienze personali e culturali. Andare a vivere, anche se per breve tempo, “al posto” di un’altra famiglia permette di provare sulla propria pelle ciò che significa vivere in un altro ambiente. Mentre l’hotel è un luogo nel quale ci sentiamo serviti e riveriti, al quale facciamo riferimento se pensiamo a una vacanza rilassante o comunque convenzionale, lo scambio casa mette il visitatore a contatto con la realtà quotidiana dell’ospitante.
È molto stimolante dal punto di vista emotivo: si mettono in gioco dei meccanismi psicologici che ci portano ad apprezzare un diverso stile di vita più del nostro o magari, nel caso di vacanze andate male, ci permettono di riconsiderare più positivamente la nostra condizione “reale”.
Anche io, nel mio piccolo, durante gli studi superiori ho potuto vivere un’esperienza simile quando la mia classe ha effettuato uno scambio culturale con una classe del Regno Unito. In quel caso io e il mio “compagno” d’Oltremanica non ci siamo scambiati casa contemporaneamente, bensì abbiamo viaggiato in due momenti distinti e siamo stati ospitati nelle rispettive case. Un home exchange ante litteram, che però mi ha permesso di toccare con mano quella che era la vita quotidiana della famiglia inglese che mi ha accolto. Ho appreso molto di più sulle abitudini degli inglesi durante quella “gita” che in altri quattro viaggi successivi che ho fatto in Regno Unito per conto mio.

Il coworking e i Millenials

Un aspetto del coworking da mettere in luce è che si sta diffondendo molto fra i Millennials.
Larry Alton, opinionista di Forbes che si occupa proprio dei cambiamenti in ambito lavorativo, ha parlato in questo articolo delle prerogative che spingono i Millennials a essere fra coloro che prediligono il lavoro in coworking.
Fra le varie motivazioni (costi minori, meno responsabilità, resistenza alle forme di lavoro tradizionale…) è interessante notare la possibilità di creare relazioni.
In uno spazio di lavoro condiviso, come sappiamo, sono spesso presenti dozzine di altre persone che occupano la medesima location. Inoltre il ricambio è molto frequente.
Gli spazi in coworking sono quindi il posto ideale per incontrare persone nuove provenienti dai più svariati ambiti professionali, e ciò è molto vantaggioso per il millennial che voglia espandere la sua rete di contatti lavorativi.

Il cohousing e gli anziani

Il cohousing, invece, ha un risvolto sociale molto importante quando si parla delle comunità più anziane. L’interesse per questa modalità abitativa è cresciuto molto negli ultimi cinque anni fra le fasce di età più elevata della popolazione.
Secondo il Chicago Suntimes, negli Stati Uniti fino al 2010 nessuna comunità cohousing era orientata verso gli anziani; al 2017, invece, sono state realizzate una decina di abitazioni in condivisione per chi ha più di 55 anni e molte altre sono in incubazione.
Quali motivazioni spiegano l’accresciuto interesse delle popolazioni “senior” nei confronti del cohousing?
Alcuni coinquilini della comunità PDX Commons di Portland (Oregon) sono stati intervistati per capire cosa li abbia spinti a fare questa scelta di vita in tarda età.
Il gruppo è formato da persone in grado di vivere indipendentemente e che vogliono stare insieme per formare una comunità. Non si tratta quindi di un istituto di degenza, ma di uno spazio condiviso per passare del tempo con altre persone. Spesso vedovi o anziani single si trovano spaesati o addirittura isolati dopo la pensione, e quindi nasce in essi la volontà di vivere in una comunità di persone simili a loro.
La psicologa clinica di Chicago Elizabeth Lombardo ritiene che il supporto sociale sia un fattore cruciale per la salute e il benessere. Vi sono moltissimi studi in letteratura che dimostrano quanto questi legami sociali aiutino a vivere più a lungo, in modo più salutare e soprattutto serenamente.
Il motto tipico del cohouser è: “La miglior cosa del cohousing sono i vicini e la peggior cosa del cohousing sono i vicini”. Questo perché vivere in comunità porta a conoscere aspetti positivi e negativi degli altri e a trovare un bilanciamento fra l’essere parte di una comunità e rimanere un singolo individuo.

PDX Commons Cohousing

Anche in Italia sta prendendo piede l’idea del cohousing per le persone più anziane. Un esempio lodevole è l’iniziativa di Gamra, 28enne figlio di un immigrato marocchino che, dopo anni di volontariato, ha deciso di realizzare il centro di co-housing per anziani “Facciamoci Compagnia” ad Acerra (Napoli). Gli inquilini hanno a disposizione dei posti letto in diverse camere (anche doppie) e spazi comunitari che vengono sfruttati anche per il progetto “nonno parking”. Gamra ha realizzato questo spazio per consentire agli anziani di dimenticare i loro problemi economici e di non vivere più in solitudine.

La nascita delle “Intentional Communities”

Un ultimo aspetto da non sottovalutare riguarda ciò di cui abbiamo parlato nell’articolo “Il cohousing come alternativa reale alle comunità virtuali”.
Sono un’utente di internet dal 2001, e come tale ho assistito all’evoluzione del paradigma del web e al passaggio dal web 1.0 al web 2.0.
Noi utenti siamo diventati protagonisti attivi in internet, attuando meccanismi di interazione come mai era successo prima. In una prima fase si erano diffusi soprattutto dei metodi di comunicazione uno-a-molti come il blog, il diario virtuale. Le comunità preferite dagli utenti erano i forum, spazi tematici nei quali si potevano condividere opinioni con altri appassionati dell’argomento cui il forum si riferiva. Ma è stato soprattutto con l’esplosione dei Social Network che l’esperienza per l’end-user è diventata così coinvolgente e immediata.

Tuttavia non vi sono state solo conseguenze positive derivate da questa trasformazione epocale. I social network predominano su molti aspetti dei nostri rapporti sociali e spesso causano un isolamento “fisico” degli individui.
Un interessante articolo di TIME parla proprio di questo fenomeno e delle possibilità di contrastarlo.
Secondo uno studio dell’AARP (associazione americana che si focalizza sui bisogni dei più anziani), più del 40% degli americani adulti soffre di solitudine.
La cosa peggiore è che questo sentimento non fa distinzione demografica, infatti affligge anche altre categorie: i Millennials, che sono all’inizio delle loro carriere; pensionandi vedovi che invece stanno terminando la loro vita lavorativa; divorziati; studenti del primo anno di college che si trovano a centinaia di chilometri lontani dalla loro famiglia e dai loro amici di scuola. E sempre più spesso persone afflitte da solitudine trovano riparo proprio nelle comunità virtuali.
Ma i social media, il cui compito naturale è quello di permettere alle persone di avvicinarsi, paradossalmente rischiano di isolarli ancora di più, perché creano connessioni virtuali che hanno pochi benefici rispetto a quelle reali.
Spesso siamo talmente collegati alle reti sociali virtuali da non renderci conto che abbiamo anche una vita vera, nella quale dovremmo continuare a tessere dei rapporti duraturi.

Una delle soluzioni per contrastare questo fenomeno è dunque quella di tornare alle comunità reali, fisiche, tangibili. Ed ecco un altro motivo per cui il cohousing sta riprendendo così piede nell’ultimo decennio.
Le “Intentional Communities” nascono per creare l’attaccamento, la consapevolezza che qualcuno sia sempre vicino a noi quando ne abbiamo bisogno.
In molte città americane, gli individui e le famiglie stanno giungendo alla conclusione che l’idea di vivere in cooperazione con altre persone sia molto attraente.
Un Intentional Community è intima: tipicamente coinvolge una dozzina di appartamenti (o unità abitative) per le singole famiglie, che però sono costruite intorno a spazi comuni o piazze centrali. La volontà è quella di tenere i membri connessi fra loro, spesso con cene settimanali negli spazi comuni, o attuando servizi come il babysitteraggio condiviso, il garden sharing, il car sharing, e tanto altro. Il tutto senza obbligo di partecipare, ma con l’importante tacita regola che, se mai ne avrai bisogno, la comunità sarà lì per te.

La chiave del successo di queste comunità di cohousing risiede nel fatto che le persone non sono fatte per stare sole, abbiamo sempre bisogno di poter fare affidamento su qualcuno.
Come dice il Dr. Vivek Murthy, ex dell’U.S. Surgeon General, “ci siamo evoluti per dipendere dalle nostre connessioni sociali. E in migliaia di anni, questa idea è stata interiorizzata nel nostro sistema nervoso, al punto che se ci sentiamo sconnessi a livello sociale, ci sentiamo stressati.”

In conclusione

Spero di avervi dato tanti spunti per farvi capire l’importanza che la sharing economy, e in particolare la condivisione degli spazi, hanno e avranno per le generazioni a venire.
Ciò non significa che la sharing economy sia un modello economico perfetto. Vi sono anche svariate conseguenze che andrebbero prese in considerazione.
In particolare occorre limitare le potenzialità delle società di diventare leader nel settore dello space sharing al punto da cambiarne il paradigma di base. Infatti, nel momento in cui il profitto economico di una azienda diventa il pilastro fondante del business andando però a limitare il guadagno personale ed esperienziale degli utenti, difficilmente si può parlare di sharing economy.
Nel momento in cui delle “nuove” Uber dovessero monopolizzare il settore, andrebbero a ribaltare il concetto di “Sharing as Caring” che cerchiamo di sottolineare in questo blog.

Già in un articolo del 2015 Giana M. Eckhardt e Fleura Bardhi (Harvard Business Review) si interrogavano sul fatto che la sharing economy non è “affatto sharing”. Sottolineavano come già il termine in sé fosse scorretto, e che una denominazione migliore per questo modello fosse “access economy”. Questo perché quando lo “sharing” è mediato dal mercato, ossia quando un’azienda diventa intermediaria fra consumatori che non si conoscono, non si può più parlare di condivisione. Anzi, si tratta di consumatori che pagano per accedere a prodotti o servizi di qualcun altro. Il vero problema è che sono soprattutto le società che hanno capito le potenzialità economiche del modello ad avere successo (pensiamo a Uber), perché il loro scopo è convincere gli utenti a sfruttare i loro servizi sottolineando il risparmio che ne deriva.
Al contrario, compagnie il cui marketing si basa solo sui benefici sociali, hanno meno successo. È forse anche la ragione per cui i business che hanno dei ricavi validi hanno più possibilità di sopravvivere: infatti, molte delle iniziative gratuite spesso svaniscono nel corso del tempo.

Ci si potrebbe chiedere se la sharing economy porti davvero bilanciamento all’ambiente o se di fatto non sia un meccanismo per dare potere a determinati gruppi, o ancora se lo Sharing sia davvero Caring.

Fonti

Sitografia:

Agorà

The Innovative Coworking Spaces of 15th-Century Italy

Why The Sharing Economy Is Taking Off In Seoul

Future-proofing the economy

April Rinne on Maximizing Under-Utilized Resources

Tim O’Reilly: What will new technologies make possible?

Can the Sharing Economy Alleviate Some of the World’s Toughest Problems?

La condivisione di spazi coltivabili: il progetto Shared Earth

Croissant, l’applicazione per facilitare il coworking

A Review Of Croissant: Can The ClassPass For Coworking Spaces Change The Way We Work?

The Role of Co-housing in Building Sustainable Communities: Case studies from the UK

Old Spaces, New Ideas

Icehouse

Impact Hub Amsterdam

Coworking spaces: a new lease on life for historical architecture

Postfordismo e trasformazione urbana. Casi di recupero dei vuoti industriali e indicazioni per le politiche nel territorio torinese

Toolbox

Impact Hub Bari

CasciNet

Dalla colonica in rovina nasce una casa condivisa (autocostruita)

Cohousing Chiaravalle

COventidue

45 Million Americans Have Worked in the On-Demand Economy, While 86.5 Million Have Used It, According to New Survey

Home Exchange: la nuova frontiera di vacanza alternativa

Why More Millennials Are Flocking To Shared Office Spaces

For active seniors, co-housing offers alternative to downsizing

Facciamoci compagnia

Napoli, coabitazione tra anziani come antitodo alla solitudine

Il cohousing come alternativa reale alle comunità virtuali

‘Everyone Needs Someone Else’. Why Americans of all ages are coming together in “intentional communities”The Sharing Economy Isn’t About Sharing at All

 

Written by beerok23

Laureata in Scienze e Tecnologie della Comunicazione Musicale nel 2010, nella vita lavora in Bicocca come dipendente ed è mamma di Andrea Elena. E' l'amministratrice del sito e si occupa di space sharing.

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